Da sempre il viaggio è anche una metafora della vita dell’uomo. Ad esempio sia l’Odissea che la Divina Commedia, tra i vari livelli di lettura, sono interpretabili anche in questa chiave.
Gli avvenimenti e le esperienze che segnano il viaggio forgiano ed educano chi lo compie. Certo che, per permettere che ciò avvenga, il percorso va intrapreso con spirito libero, scevro da ogni presunzione e pregiudizio o senso di superiorità.
La curiosità, intesa nel senso di stimolo a conoscere, l’umiltà ed il rispetto delle tradizioni, la cultura e i costumi altrui, sono i primi abiti (mentali e
spirituali) da riporre nello zaino. Solo lasciandoci completamente coinvolgere dai suoni, dai colori, dai profumi, dai canoni estetici e logio-culturali, tipici dei luoghi che visitiamo, potremo capirli e dunque conoscerli. In altre paole cercare, e cercar di capire valorizzandola, la differenza in tutta la sua riccezza.
Allo stesso modo intendo la fotografia: non un mezzo per riportare a casa curiosità o souvenir di luoghi magari esetoci ed estranei, ma un mezzo per catturare suggestioni, vibrazioni dell’anima e atmosfere che mi hanno permesso di entrare in sintonia con il “genius loci” e l’umanità conosciuta e non semplicemente incontrata.
Questo bisogno di conoscere, non di scoprire, il desiderio di comprendere questa magnifica diversità, che ci rende più ricchi, mi spingono a viaggiare e fotografare.
Incontrare in mezzo al Sahara una carovana Touareg, perdersi nei souq tra sfumature di colori infinite impregnandosi di profumi forti e inebrianti, studiare le maschere e l’architettura Dogon o ripetere un mantra in un tempio buddhista, sono esperienze che ci aiutano a cercare e capire le nostre origini, il nostro essere e dissetano la sete di sapere che dovrebbe “torturare” ogni uomo degno di questo nome.
Dunque AYR (to go)?
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May 7, 2011